FRANCO CARDINI.
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7 DICEMBRE 374. AMBROGIO VESCOVO DI MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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L'AUTORE.
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Franco Cardini (Firenze, 5 agosto 1940)  uno storico, saggista e blogger italiano, specializzato nello studio del Medioevo.
 socio di numerose organizzazioni scientifiche italiane e straniere e ha ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi studi accademici.
Il campo di studi principale di Cardini  quello della storia delle Crociate, affrontato con studi su scritti cristiani e arabo-islamici.
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7 DICEMBRE 374. AMBROGIO VESCOVO DI MILANO.
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Milano, anno del Signore 374. Una grande citt, una delle capitali dellimpero da quando, con Diocleziano, ci si  resi conto che la compagine imperiale  troppo vasta, i collegamenti troppo lenti e
difficili e i pericoli troppo incombenti perch ci si possa permettere il lusso duna sola capitale. Una citt ormai quasi del tutto cristiana, per quanto una qualificata minoranza pagana sia presente ed esista anche una forte colonia ebraica. Ma il quadro della societ cristiana  quello caratteristico dellepoca:
segnato da una divisione profonda e da una forte difficolt di convivenza tra i cosiddetti atanasiani, che hanno accettato il dettato conciliare di Nicea del 325, e i cosiddetti ariani che lo respingono(1).
Alla morte del vescovo Aussenzio  le propensioni ariane del quale erano note  la tensione tra le due comunit ecclesiali  tale da render difficile lelezione di un nuovo vescovo. Il governatore Aurelio Ambrogio interviene nella questione con lintento di rasserenare gli animi e di contribuire a trovare un accordo. Dun tratto, la voce di un fanciullo si leva e tutto il popolo le fa coro: Ambrogio vescovo!.
Il funzionario si schermisce, resiste, rifiuta; tenta perfino una fuga dalla citt, prendendo di notte la strada per Ticino, lodierna Pavia. Ma nella notte si smarrisce, o  Dio che gli fa perdere la via perch ha in serbo per lui progetti diversi rispetto a quel che egli spera. Al mattino, il fuggitivo si ritrova dinanzi alla Porta Romana, quella da cui esce la strada per chi vuol andare a meridione, verso Piacenza e poi Rimini, sulla Via Emilia. Comprende che quella  la volont del Signore: e accetta cos dinoltrarsi sul cammino della sua conversione e del suo governo della Chiesa e del popolo milanese.
Questo, almeno,  il racconto del fido segretario Paolino, il suo primo agiografo. Le conosciamo, le scene che egli evoca. Sono le stesse mirabilmente sbalzate nellargento dellaltare di Volvinio, il capolavoro del pieno nono secolo custodito nella basilica ambrosiana. Ma per cercar di comprendere pi a fondo il senso di questa pagina dove molto sembra leggendario, dovremo prima delineare un breve profilo di Ambrogio e quindi richiamare i tratti salienti della sua esperienza religiosa e politica di vescovo.
Aurelio Ambrogio nacque nel 339-340 a Treviri(2); era  dopo i fratelli, Marcellina, nata pare a Roma verso il 335, e Satiro, chera forse suo gemello  il terzo dei figli di un alto magistrato che era
praefectus praetorio per le Gallie ma del quale conosciamo in modo impreciso e incompleto il nome (forse Uranius Ambrosius, forse Uranius Satyrus) e di una nobile matrona appartenente a quella gens
Aurelia chera proprietaria di vasti latifondi in Sicilia e nellAfrica settentrionale. Un mistero grava attorno alla nostra incerta conoscenza del nome del padre di Ambrogio:  molto probabile che egli fosse coinvolto nelle lotte per la successione di Costantino, che avesse preso partito per una fazione sconfitta e che per questo fosse stato colpito da una damnatio memoriae.
Sta comunque di fatto che Ambrogio perd il padre quando era ancora molto giovane; dopo la scomparsa dellalto funzionario il clima di Treviri non dovette pi sembrar adatto alla sua famiglia che
si trasfer a Roma, dove gli Aurelii godevano di altissima posizione e di molti amici. Il ragazzo pot studiare e quindi entrare nella carriera amministrativa.
Poco sappiamo sulla sua educazione religiosa: visse comunque giovanissimo in un ambiente cristiano, forse addirittura pio. Secondo il biografo Paolino, fin da ragazzo Ambrogio aveva manifestato, sia pur solo per gioco, il suo interesse e la sua propensione per la carriera episcopale. La sorella Marcellina pi o meno diciottenne assunse il velo che la consacrava alla verginit la vigilia di
Natale del 353 (o lEpifania del 354) dalle mani di papa Liberio(3): un evento che colp molto il ragazzo(4). Secondo luso del tempo, la giovane consacrata continu a vivere nella propria casa, insieme con unamica, con la quale condivideva la vita di preghiera. Molte erano le personalit religiose che venivano a farle visita: il che rende lidea sia dellambiente elevato, sia dellatmosfera regnante in famiglia.
Nel 365 Ambrogio, insieme col fratello maggiore Satiro, si rec a Sirmio dove entrambi poterono svolgere il loro lavoro sotto Vulcacio Rufino, praefectus praetorio per lItalia, lIllirico e lAfrica. Nel 368 Ambrogio fu accolto come membro del consiglio privato del nuovo praefectus, Sesto Petronio Probo, un ricchissimo veronese imparentato per parte di madre con la gens Anicia e a quel che pare alquanto chiacchierato per la sua disinvolta attivit di collettore dimposte. Il giovane guadagn la fiducia dellintraprendente e potente personaggio al punto che nel 370-371, allorch questi condivise gli onori consolari con limperatore Graziano, approfitt delloccasione per ottenere che il suo protetto divenisse consularis, cio governatore, della provincia Liguria et Aemilia, corrispondente grosso modo alle attuali regioni Lombardia, Piemonte orientale, Emilia-Romagna occidentale.
Ambrogio ebbe quindi accesso alla sua alta carica in quanto collaboratore di fiducia di Probo, uomo di potere senza scrupoli; il che non impedisce per nulla che abbia svolto il suo compito con
grande spirito di equit e discrezione. Anzi,  molto probabile che il praefectus praetorio lo scegliesse proprio in quanto conosceva bene le sue qualit. Per quanto avesse ormai passato gi la trentina,
Ambrogio non era stato ancora battezzato; era quindi semplice catecumeno, ma la lunghezza del periodo catecumenale e la gradualit iniziatica dellaccesso alla comunit dei credenti erano, nel IV
secolo, la norma. Anzi, il battesimo era di solito obbligatorio solo nella misura in cui sintendeva accedere al ruolo presbiterale.  pertanto verosimile che il prudente Probo inviasse come consularis a
Milano, capitale dellItalia annonaria, proprio un uomo provvisto di pietas e di moderazione in quanto
il confronto l in atto tra ariani e atanasiani era molto duro.
Io sono stato chiamato allepiscopato dal frastuono delle liti del foro e dal temuto potere della
pubblica amministrazione(5). Cos, a distanza di quattordici anni, nel suo scritto De poenitentia, Ambrogio commentava la sua ascesa alla cattedra episcopale milanese. Al di l della tradizione
agiografica, che peraltro va tenuta nel massimo conto se non altro perch  la primaria fonte narrativa che ci renda edotti degli eventi di quel drammatico 374, culminato nellordinazione episcopale del 7
dicembre, molti problemi a tale episodio relativi restano aperti e sono  purtroppo per chi intende farne la storia  destinati con ogni probabilit a rimaner tali.
Come in altre citt dellimpero, tanto orientali quanto occidentali, Milano era divisa  lo si  gi
detto  tra gli atanasiani fedeli al concilio di Nicea e gli ariani. In Milano, larianesimo era presente non
gi nella forma radicale che affermava il Figlio dissimile (anmoios) rispetto al Padre, bens in
quella moderata, detta omea (da homoios, somigliante, per quanto non homosios, consustanziale), definita nel concilio di Sirmio del 358 e in qualche modo legittimata dai dettati dei
successivi concilii di Seleucia, Rimini e Costantinopoli tenutisi nel biennio seguente e il cui ambiguo risultato era stato sostenuto dallimperatore Costanzo Secondo.
 impossibile ricostruire oggi, alla luce delle informazioni di cui disponiamo, il rapporto di
forze tra le due componenti della comunit cristiana milanese. Fino al 355 la cattedra episcopale era
stata occupata dallatanasiano Dionigi, esiliato tuttavia in tale anno dallimperatore Costanzo secondo di note
e dichiarate simpatie ariane. Aussenzio di Cappadocia, che gli era succeduto, era evidentemente grato
al sovrano: gli ariani milanesi, dal canto loro, avevano respinto la candidatura del suo implacabile
antagonista, il prete Filastrio, futuro vescovo di Brescia. Altro interessante rappresentante del gruppo
atanasiano era il diacono Sabino, corrispondente con Basilio di Cesarea, presente al concilio di Roma
del 370 e poi vescovo di Piacenza. Cera per una sostanziosa pattuglia di preti ariani consacrati dal vescovo Aussenzio.
Quali erano stati, nei suoi tre o quattro anni di governo, i rapporti del consularis Ambrogio sia
con Aussenzio, sia con i membri e i capi dei due gruppi ormai antagonisti allinterno della comunit
ecclesiale? Non lo sappiamo: cos come poco ci  noto delle sue relazioni con il prete Simpliciano, che
pi tardi lo avrebbe assistito iniziandolo al battesimo e che sarebbe divenuto vescovo dopo la sua scomparsa.
Ignoriamo la data nella quale si ebbe lacclamazione di Ambrogio a nuovo vescovo: unacclamazione corale, popolare, chera importante a somiglianza di quella con la quale lesercito sceglieva un nuovo imperatore. Non si va forse lontano dal vero se ci si riferisce allautunno del 374, ma  ignoto quanto tempo trascorse tra lacclamazione, il battesimo  che si tenne la domenica 30
novembre, eccezionalmente fuori dal turno della vigilia di Pasqua(6)  e la consacrazione.
Nella tradizione non solo agiografica, ma anche propriamente storica dellevento, si  di solito
sottolineato soprattutto il suo turbamento, il suo desiderio di sottrarsi alla prova; e, al tempo stesso, la
sua condizione di catecumeno, che lo avrebbe obbligato a farsi battezzare e consacrare prete con
rapidit febbrile in modo da renderlo adatto allepiscopato. Ci si  anche chiesti se il suo indugiare nel
catecumenato dipendesse dalla sua esitazione a impegnarsi sul serio nella Chiesa, a una sua incertezza
per quanto riguardava la fede, o al contrario a un suo disinteresse per i problemi religiosi; o magari, in
un tempo nel quale cristiani e pagani ancora convivevano, ma in mezzo a difficolt e a tensioni, alla sua
volont di non voler prendere esplicitamente partito in modo da esercitare meglio i suoi doveri di
pubblico funzionario. Non c dubbio che la sua qualit di aspirante a far ingresso nella comunit dei
credenti ma di non ancora inserito in essa, quindi di non soggetto allautorit diretta del vescovo, era
stata per Ambrogio, in quanto consularis, un forte vantaggio che gli aveva sul serio consentito sia di
presentarsi, di agire e perfino di pensare come super partes, sia di venir come tale universalmente
accettato. Cerano voluti per questo molto tatto e molta intelligenza: ma appunto tali doti dovevano
aver alla fine consigliato molti a dirigere proprio su di lui la scelta relativa allelezione del successore
di Aussenzio. A questo punto, la vera questione da sciogliere sarebbe il ruolo del praefectus Probo.
Secondo il biografo Paolino, nellinviarlo a Milano questi gli avrebbe raccomandato: Va e comportati
non come un giudice, ma come un vescovo. Una frase impegnativa ma anche ambigua, se davvero 
mai stata pronunziata. A che cosa corrisponde? A una voce raccolta dal biografo, oppure  come
apparirebbe pi logico  a un racconto che lo stesso vescovo avrebbe fatto, oltre ventanni dopo, al suo
segretario? E, se la seconda ipotesi potesse (e non lo potr...) dimostrarsi veritiera, come aveva vissuto
allora Ambrogio, e come la riviveva pi tardi richiamandola alla mente, questesortazione del suo
patronus, se non vogliamo proprio chiamarlo con irriverente anacronismo il suo boss? Un invito in
fondo empiricamente plausibile, ma comunque pi pio che politico, allequit e alla comprensione?
Erano queste le qualit del buon consularis in quel momento richieste per chi andava ad amministrare
Milano? Considerando con moderato scetticismo la profondit della presumibile pietas religiosa di
Probo, quel che resta pi plausibile in sede dipotesi  che proprio le inclinazioni naturali di Ambrogio,
che in anni di collaborazione il praefectus aveva saggiamente rilevato, gli consigliassero dinviarlo
appunto a Milano dove particolarmente dura e intricata si andava svolgendo la lotta tra le fazioni
interne alla Chiesa, complicata dalla presenza intensa e attiva di pagani e di ebrei. Ma su questa strada
ci si dovrebbe spingere fino a sospettare che, fin dalla nomina di Ambrogio a consularis, Probo avesse
lintenzione di manovrare le sue pedine in citt  senza dubbio ne aveva, e magari di eccellenti  per
farlo poi assurgere al rango di capo della Chiesa diocesana. Ci avrebbe implicato per un disegno
egemonico dellautorit civile sulla Chiesa, almeno limitatamente allo specifico caso milanese.
Unipotesi affascinante, ma indimostrabile: nella quale il ruolo del bambino e della sua ispirata,
profetica esclamazione, assumerebbe un significato di grande interesse al livello delle tecniche
dellorganizzazione del consenso. Ci si troverebbe in altri termini dinanzi a un caso di spontaneit
popolare accuratamente pilotata.
Ma ci conduce a considerare come, allinterno del pur articolato dibattito relativo allelezione
di Ambrogio, si sia sempre lasciata un po da parte la questione di maggior peso dal punto di vista
politico-istituzionale: il rapporto, che gi si andava delineando, tra una Chiesa cristiana ormai in
posizione dascesa e degemonia allinterno dellimpero e i pubblici poteri detenuti da personaggi che
ormai non erano ad essa pi necessariamente estranei e ostili  come poteva accadere prima dellEditto
di Milano del 313 , ma potevano porsi nei suoi confronti in un atteggiamento molto ampio e
articolato, dallestraneit al profondo coinvolgimento. Da Costantino in poi, il problema assumeva
crescente drammaticit: la Chiesa cristiana era parte dellimpero, ma i suoi principii e i suoi fini non si
esaurivano nellarco della funzione civica di esso; e, daltronde, si poteva ancora legittimamente servire
limpero con scrupolo e fedelt senza essere cristiani.
Le comunit cristiane avevano ormai adottato la tendenza a scegliere come vescovi personaggi
ricchi e influenti. Per questo la normativa ecclesiastica, legittimata dai concilii di Nicea del 325 e di
Serdica del 343, i dettati dei quali erano stati sottoscritti dallimperatore, proibiva ai pubblici funzionari
di accedere agli ordini sacri: formalmente in quanto era possibile che, nellesercizio della loro funzione,
essi si fossero macchiati di atti ingiusti e cruenti; ma sostanzialmente affinch non trasferissero in
qualche modo allinterno della Chiesa il potere civile acquisito.
Va comunque detto che, o fosse da tempo nelle intenzioni del praefectus Probo il far guidare,
magari temporaneamente, la Chiesa milanese da un suo uomo appena se ne fosse andato Aussenzio,
o si fosse trattato di unidea estemporanea nata dal bisogno di controllare i tumulti, Ambrogio non ne
sembr comunque n consapevole, n tanto meno consenziente.  egli stesso a dircelo: Cosa non feci
per non essere ordinato! Alla fine, poich ero costretto, chiesi almeno che lordinazione fosse ritardata.
Ma non valse sollevare eccezioni, prevalse la violenza fattami(7).
Bisogna anche far notare che, anche se Probo potesse mai aver pensato ad Ambrogio come
futuro vescovo di Milano, tutto fa ritenere che non avesse scoperto le sue carte o che si fosse trovato
davanti a un interlocutore recalcitrante. Il secondo canone del concilio di Nicea vietava lelezione
vescovile dei catecumeni. Ma il caso, sia pur eccezionale, non era unico: erano gi state ammesse delle
deroghe; e il fatto che lelezione di Ambrogio avrebbe risolto una grave crisi venne ritenuto motivo
sufficiente per legittimare lanomala situazione tanto dal clero milanese, quanto dai vescovi della
provincia. Da Treviri, limperatore Valentiniano I  consigliato o meno da Probo  formul il suo alto
assenso allelezione, senza dubbio felice del fatto che un cos fedele, solerte ed equilibrato funzionario
ricoprisse una carica di tanto rilievo in una citt cos importante. Valentiniano era un soldato duro ma
provvisto di buona prudenza politica: che a un collaboratore fidato del suo praefectus fosse affidata la
cattedra episcopale della capitale dellItalia annonaria non gli dispiaceva; e poteva anche rientrare in un
piano, magari n coerente n sistematico, di controllo politico delle diocesi ecclesiastiche. Quanto ai
vescovi delle diocesi vicine alla milanese, si pu pensare a un loro consenso alla nuova nomina: per
quanto resti qualche dubbio sulla spontaneit di esso, dal momento che limperatore si era espresso con energia.
Ma, se vogliamo dar ascolto al suo antico biografo  il quale seguiva con tutta probabilit le
dichiarazioni se non addirittura le confidenze del suo patrono , Ambrogio era lontano dal darsi per
vinto. Le prov tutte: forz la sua natura e probabilmente le sue pi profonde convinzioni, mostrandosi
inclemente con alcuni sospetti di crimini, nei confronti dei quali dispose luso della tortura, ma sembra
che i milanesi gli replicassero parafrasando il Vangelo: Che il tuo peccato ricada su di noi!(8);
chiam presso di s delle notorie meretrici curando bene che la cosa avvenisse nel modo pi visibile,
ma si trattava in verit di un accorgimento troppo ingenuo per esser credibile; infine dichiar di aver
deciso di darsi alla filosofia, intendendo con ci evidentemente un neoplatonismo magari tinto di
paganesimo, che il suo biografo immediatamente contrappone
 anche in ci seguendo le sue direttive  ai veri filosofi del Cristo, quelli che attraggono le genti non
gi con gli artifici della parola retorica bens con la semplicit e levidenza della fede; cerc rifugio
nelle propriet di un alto magistrato, tale Leonzio; infine, come abbiamo ricordato, tent di fuggire
dalla citt prendendo la strada che conduceva a Ticinum, lodierna Pavia, ma sbagli direzione, o nel
buio della notte si confuse: il mattino seguente si ritrov dinanzi alla Porta Romana, quella attraverso la
quale la Via Romana proveniente da Placentia  proseguimento di quella gloriosa Via Aemilia che nel
187 a.C. il console Paolo Emilio Lepido aveva fatto partire da Rimini per sottomettere liguri e galli
cisalpini  entrava in citt(9).
A rigore, il tema della fuga del designato vescovo che si sente indegno dellonore concessogli 
o che non se la sente di sopportare i relativi oneri   un topos agiografico che gi riscontriamo nelle
Vitae di Cipriano di Cartagine, di papa Cornelio, di Martino di Tours. Anzi, gi nella tradizione civile
pagana si conosceva la consuetudine formale del rifiuto preliminare, con proteste dinadeguatezza e
di umilt, dinanzi allofferta di cariche onorifiche o di uffici pubblici. Nonostante la frequenza di questi
modelli etico-retorici,  molto probabile che nel nostro specifico caso le proteste dumilt e i tentativi
di sottrarsi a quella chegli avvertiva come una vita nuova e ignota corrispondessero a sincerit e a verit.
Ma tutto fu inutile: alla fine Ambrogio dovette piegarsi e, istruito dal diacono Simpliciano  uno dei fedeli al dettato niceno(10)  accett di ricevere il battesimo e otto giorni dopo, appunto il 7
dicembre del 374, lordinazione vescovile. Pi tardi, scrivendo a Valentiniano secondo, gli avrebbe ricordato  nel 386, in un momento di grande tensione  di aver a suo tempo accettato la cattedra episcopale solo
perch il suo augusto genitore Valentiniano I gli aveva promesso che mai si sarebbe ingerito di
questioni religiose, lasciandolo sempre libero. Il suo anziano e autorevole consigliere Simpliciano gli
rimase poi accanto, almeno nei primi anni dellesercizio episcopale.  rimasto ignoto il nome del
vescovo che lo ordin: nella tradizione vercellese si tratt di san Limenio, vescovo appunto di tale citt,
ma  strano che Ambrogio non lo menzioni mai. Verrebbe da pensare che si sia trattato di un prelato in
qualche modo coinvolto nelleresia ariana.
Levento, comunque, dovette sul serio lasciarlo sconvolto: anche perch, tra acclamazione,
battesimo e consacrazione, non dovette in realt passare pi di qualche settimana. Sapevo infatti di
non esser degno di venir chiamato vescovo, poich mi ero dato a questo mondo. Ma per la tua grazia
sono ci che sono, e senza dubbio sono linfimo (I Cor., 15,9)(11). Su quel momento cruciale della sua
esistenza Ambrogio sarebbe tornato pi volte nei suoi scritti. Come nel De officiis, dove dichiara:
strappato ai tribunali e alle insegne dellufficio pubblico in vista del sacerdozio, ho cominciato a
insegnarvi quando io stesso non avevo appreso. E mi  cos capitato diniziare a insegnare prima che
non ad apprendere(12).
Il suo accesso allepiscopato non coincise pertanto con una vera conversio; non fu per nulla una
paolina caduta da cavallo sulla via di Damasco. Al contrario, egli ebbe bisogno di alcuni anni prima di
sentirsi ben sicuro a proposito delle sue nuove mansioni: e adott nei confronti dei suoi fedeli e delle
loro divergenze teologiche un atteggiamento prudentemente temporeggiatore. Intanto, per, si dava
tutto a una vita pastorale intensa, nella quale senza dubbio rifulgono le doti della carit cristiana, ma
alla quale molto dovette contribuire la sua esperienza di governo: egli sapeva che i fedeli, al pari dei
cittadini, vanno ascoltati con attenzione, con pazienza, soprattutto mostrando la pi ampia disponibilit.
E non  escluso che, almeno sulle prime, egli provasse un po dimbarazzo  da scrupoloso e solerte
funzionario imperiale  dinanzi allidea di non doversi ormai pi occupare di una cittadinanza nel suo
complesso, bens solo di coloro che professavano una precisa fede religiosa.
Lavvio della nuova missione fu comunque molto felice. Appena consacrato, egli offr alla
Chiesa milanese tutto il danaro e gli oggetti doro e dargento che possedeva e le terre di sua propriet
in Sicilia e nellAfrica proconsolare: delle quali tuttavia riserv lusufrutto alla sorella. Questi beni
terrieri avrebbero costituito il patrimonio della Chiesa milanese fino alloccupazione dellAfrica
settentrionale da parte dei vandali e di quella della Sicilia da parte degli arabi.
La sua attivit pastorale dovette essere gi fin dallinizio generosa e instancabile: era noto che la
porta del suo studio privato era sempre aperta a tutti e che egli era disponibile ad accogliere e ad
ascoltare chiunque. Lo testimonia ammirato santAgostino, che fu a Milano tra lautunno del 384 e la
Pasqua del 387 e che rimase affascinato dal suo sapere non meno che dalla sua carit.  proprio
Agostino  che avvicin lo stesso Simpliciano e che, anche alla luce dellesegesi ambrosiana delle
Scritture, proprio a Milano accanton definitivamente la filosofia manichea per accedere a un
cristianesimo sostenuto dal neoplatonismo plotiniano  a riferire delle cure quotidiane che come
pastore Ambrogio dedicava ai fedeli e a illustrare con grande meraviglia unautentica rivoluzione
mentale e metodologica: quella sua lettura intima, silenziosa, che tanto lo stupiva perch lontana
dallabituale metodo retorico della lettura declamata ad alta voce(13).
Ma abbastanza presto lorizzonte politico, per il neovescovo di Milano, cominci a rabbuiarsi.
Le fortune del suo potente protettore, Probo, presero a declinare: egli era perseguitato dallinimicizia di
colui che dal 370 era divenuto magister officiorum, un illirico di nome Leone, che riusc a farlo
congedare dal nuovo imperatore Graziano alla fine del 375(14) e ottenere chegli fosse escluso da
qualunque incarico politico. Tuttavia Leone non ottenne il posto di Probo, al quale viceversa
ardentemente ambiva. A confortare Ambrogio erano rimasti il fedele Simpliciano e anche il fratello
Satiro, che tuttavia venne a morire nel gennaio del 378(15).
Ambrogio era molto affezionato al fratello, di cui ci parla nel De excessu fratris in termini
didentificazione tali da far pensare a qualcuno che in effetti ci si trovi dinanzi al caso di due gemelli:
Non so per quale atteggiamento dellanimo, per quale somiglianza fisica sembravamo essere
uno nellaltro. Chi ti vedeva e non credeva di aver visto me? La nostra condizione di vita non fu mai
troppo diversa, buona salute e malattia ci furono sempre comuni, cos che quando luno era ammalato,
cadeva ammalato anche laltro, e quando uno guariva, anche laltro si alzava dal letto; (...) am a tal
punto la castit, che non prese nemmeno moglie (...) Con la faccia soffusa di una verecondia verginale,
se per caso incontrava sulla sua strada una parente, si chinava quasi a toccare il suolo e di rado
sollevava la faccia, alzava gli occhi, rispondeva a ci che gli veniva detto. E questo faceva per un
delicato pudore dellanimo, con il quale si accordava la castit del corpo (...) perch parlare della sua
parsimonia e, starei per dire, della sua castit nel possedere? Non volle per essere defraudato del suo,
perch chiamava giustamente avvoltoi del denaro coloro che bramano i beni altrui. Non am mai
banchetti troppo raffinati o troppo abbondanti. Certamente non era povero di mezzi, ma tuttavia povero
di spirito.
Satiro rimase a fianco del fratello eletto vescovo e la sua presenza gli fu di grande conforto:
Nel legame di ununica parentela, tu mi rendevi i servigi di molti parenti, tanto che io rimpiango
in te la perdita non di una sola, ma di pi persone amate. Mi eri di conforto in casa, onore in pubblico;
approvavi le mie decisioni, condividevi le mie inquietudini, allontanavi le mie angustie. Nella
costruzione delle chiese spesso ho temuto di non avere la tua approvazione(16).
 proprio in occasione dellorazione funebre dedicata al fratello che Ambrogio ci parla, per la
prima volta, della sua infermit, a quel che pare una grave forma di artrosi che gli procurava forti dolori
e lo impediva nei movimenti. Sembra che quando giunse alla fine della sua giornata terrena, nel 397, il forse non ancora sessantenne vescovo avesse quasi del tutto perduto la capacit di muoversi.
Satiro venne sepolto, per volont del fratello, nella cappella di San Vittore in Ciel dOro della basilica ambrosiana, accanto alle reliquie del martire. Per lui, Ambrogio compose un epitaffio che
conosciamo nella trascrizione del monaco irlandese Dungolo (inizi nono sec.): A Uranio Satiro il fratello accord lonore supremo, deponendolo alla sinistra del martire. Questa sia ricompensa ai suoi meriti: londa del sacro sangue infiltrandosi irrori le vicine spoglie. Lipotesi che Ambrogio e Satiro fossero
gemelli appare rafforzata dallanalisi dei reperti osteologici: entrambi sembrano alti circa 1,62-1,63, di costituzione esile, caratterizzati da una lieve asimmetria nel volto, sotto lo zigomo sinistro.
La scomparsa di Satiro segn una svolta nella vita pastorale e forse addirittura spirituale di Ambrogio, anche se  rischioso fondare qualunque ipotesi sul principio del post hoc, ergo propter hoc.
 un fatto che il neovescovo si era astenuto da attaccare in qualunque modo gli ariani e che anzi 
secondo la testimonianza di Teofilo dAlessandria, che scriveva almeno un buon quarto di secolo dopo
quegli eventi  accolse tutti i preti che avevano ricevuto lordinazione di Aussenzio: a tale riguardo, e
se la testimonianza  corretta, si deve pensare che il nuovo prelato milanese ritenesse saggio e prudente
procedere a una generale sanatoria della situazione del clero, in attesa di essere in grado di procedere a
una ridefinizione pi attenta dei suoi componenti. Ma gi dal febbraio del 378, quindi  significativamente?  allindomani della scomparsa di Satiro, nelle sue omelie si notano alcuni spunti
antiariani.
Ignoriamo quale fosse lequilibrio delle forze nella Milano di Ambrogio, che poteva contare
circa 120.000 abitanti: fra i tradizionalisti che a vario titolo difendevano questo o quello dei culti
pagani e che comunque si atteggiavano a loro difensori; gli atanasiani; e gli ariani, i quali negavano
qualunque diritto di egemonia o di prominenza alla cattedra di Pietro sulle altre cos come tendevano a
svalutare sia le gerarchie ecclesiastiche, sia il culto delle reliquie. Si ha la sensazione che essi fossero in
citt la maggioranza.
Probabilmente, fu proprio il 378 lanno nel quale Ambrogio ruppe le riserve e, abbandonata la
politica di equilibrio che lo aveva fino a quel momento caratterizzato, intraprese invece la strada del
rigore atanasiano. In ci dovette influire in modo sostanziale larrivo a Milano, da Sirmio,
dellimperatrice Giustina, vedova di Valentiniano primo, insieme con il figlioletto Valentiniano secondo.
Giustina era senza dubbio una donna di grande fascino e di temperamento. Dorigine siciliana,
figlia di un alto funzionario pubblico del Piceno, essa aveva sposato in prime nozze lusurpatore
Magnenzio e quindi Valentiniano primo, che per lei aveva ripudiato nel 364 la prima moglie, Marina Severa.
Ambrogio si era gi scontrato con limperatrice, seguace dellarianesimo, a Sirmio nel 376, per lelezione del nuovo vescovo di quella citt: ed era riuscito, contro la di lei esplicita volont, a impedire che la scelta cadesse su un ariano. La sovrana non aveva dimenticato  quellepisodio. La corte di
Giustina, prevalentemente ariana e controllata dal violento e corrotto Calligonus, praepositus sacri
cubiculi, dette al vescovo molti motivi di preoccupazione e dindignazione. Ma egli laffront con un
rigore che fu pi volte causa di duri scontri con lautorit imperiale, come nel caso del rifiuto, nel 386,
di consegnare la basilica nova allautorit imperiale per consentire di celebrarvi il culto secondo la
liturgia ariana. Pi tardi, in occasione degli episodi della sinagoga di Callinico del 288 e della strage
fatta perpetrare da Teodosio a Tessalonica nel 390, si andarono proponendo i caratteri generali di quella
distinzione tra le sfere di competenza dellautorit religiosa e dellautorit temporale nella quale
lOccidente moderno ha riconosciuto uno dei suoi connotati pi caratteristici.
Fu come vescovo e difensore dei diritti dei cittadini atanasiani, che Ambrogio avvert la libertas
dicendi suo precipuo dovere e suo fondamentale diritto, rivendicando ai capi delle diocesi lesclusiva
competenza nelle questioni religiose, che daltra parte andava in lui di pari passo col timore
dinterferenze ecclesiali in quelle politiche. Forse solo un prelato giunto allordinazione canonica dopo
una profonda esperienza di governo civile poteva affrontare tale questione con la lucidit che vediamo
esprimersi nelle sue scelte. Non solo: dal momento che molti degli ariani presenti in Milano erano
anche goti, Ambrogio si pose il problema della loro integrazione nellimpero romano, mostrandosi
turbato per il fatto che la loro adesione a un culto cristiano diverso potesse in qualche modo
pregiudicarla(17): un tema questo che, con tutte le dovute cautele, pu essere oggi rivisitato come
esemplare per attualit. La sempre pi rigorosa posizione dellimperatore Teodosio in materia di
ortodossia religiosa, gi fin dal cosiddetto editto di Tessalonica del 27 febbraio 380, non si spiega
ancora con linfluenza di Ambrogio, il quale a sua volta, dopo un lungo periodo dincertezza e di
prudenza, aveva ormai abbracciato con decisione la causa della tutela del cristianesimo atanasiano; ma
la sua autorevolezza fu invece fondamentale su Graziano il quale, rinunziando fra 380 e 383 al titolo di pontifex maximus e promovendo nel 382 la rimozione dellara della Vittoria dal Senato nonch
revocando i privilegi concessi ai collegi sacerdotali pagani, dichiar la fine del culto pagano come
religio publica dellimpero; e, pi tardi, su Teodosio stesso, che peraltro aveva intrapreso da tempo e
per suo conto il cammino della tutela del cristianesimo atanasiano. La lotta contro leresia ariana e
quella contro quel che ancor autorevolmente rimaneva di pagano nella societ romana erano andate di
pari passo: e non a caso, del resto, era capitato che talvolta i pagani, gli ariani e gli stessi membri delle
comunit ebraiche avessero solidarizzato tra loro contro gli atanasiani. Lesperienza episcopale milanese di Ambrogio era stata in tal senso decisiva.
La consacrazione di Ambrogio alla cattedra episcopale milanese  pertanto, senza dubbio, una data fondamentale nella vita sia del grande santo, sia della citt di Milano: ma anche in quella di tutto
limpero romano-cristiano. In questo senso essa  di fondamentale importanza nello sviluppo stesso di quella cultura della pars Occidentis dellimpero, nella quale affondano le sue radici lEuropa cristiana medievale e quindi la storia dello stesso Occidente moderno.
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FINE.
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Bibliografia.
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Per le opere di Ambrogio, ci siamo costantemente riferiti a SantAmbrogio, Opera Omnia,
edizione latina con traduzione italiana, 27 voll., Citt Nuova, Roma 1980 sgg.; cfr. SantAmbrogio,
Opera Omnia. Cronologia Ambrosiana/Bibliografia Ambrosiana, a cura di G. Vison, libro + CD Rom,
Citt Nuova, Roma 2004.
Importanti panoramiche degli studi ambrosiani in Ambrosius episcopus. Atti del Congresso
internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della elevazione di s. Ambrogio alla cattedra
episcopale, a cura di G. Lazzati, 2 voll., Vita e Pensiero, Milano 1976, e in Nec timeo mori. Atti del
Congresso internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della morte di santAmbrogio, a cura
di F. Pizzolato, M. Rizzi, Vita e Pensiero, Milano 1998.
La fonte agiografica principale su Ambrogio : Paulini Vita Ambrosii, ed. A.A.R. Bastiaensen,
trad. it. L. Canali, in Vite dei santi, a cura di C. Mohrmann, Mondadori, Milano 1985; cfr. anche Vita di
Cipriano, Vita di Ambrogio, Vita di Agostino, a cura di A.A.R. Bastiaensen, Mondadori, Milano 1975,
pp. 51-125.
Per la vita di Ambrogio, restano fondamentali gli articoli di P. de Labriolle, Ambroise (Saint), in
Dictionnaire dhistoire et de gographie ecclsiastiques, vol. II, Letouzey et An, Paris 1914, coll.
1091-108; di A. Largent, Ambroise (Saint), in Dictionnaire de thologie catholique, vol. I, Letouzey et
An, Paris 1923, coll. 941-52; di B. Parodi dArenzano, R. Aprile, Ambrogio, vescovo di Milano,
Dottore della Chiesa, santo, in Bibliotheca Sanctorum, vol. I, Pontificia Universit Lateranense, Citt
del Vaticano 1961, coll. 945-90; di G. Nauroy, Ambrogio di Milano, in Storia dei santi e della santit
cristiana, vol. III, a cura di A. Mandouze, trad. it., Le Lettere, Firenze 1991, pp. 70-81. Si segnala
altres lo studio biografico di A. Paredi, SantAmbrogio. Luomo, il politico, il vescovo, Rizzoli, Milano
1985.
Un profilo della problematica relativa ad Ambrogio in rapporto allimpero, oltre che in Il
conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel quarto secolo, a cura di A. Momigliano, Einaudi, Torino 1968,
si trova in J.-R. Palanque, Saint Ambroise et lempire romain, E. de Boccard, Paris 1933; si veda,
altres, nel prezioso libretto di M. Sordi, Limpero romano-cristiano al tempo di Ambrogio, Medusa,
Milano 2000.
Per le questioni propriamente politiche, N. McLynn, Ambrose of Milan. Church and Court in a
Christian Capital, University of California Press, Berkeley-Los Angeles-London 1994.
Sulla Milano del tempo di Ambrogio: Storia di Milano. I. Le origini e let romana,
Fondazione Treccani degli Alfieri per la storia di Milano, Milano 1953; La citt e la sua memoria.
Milano e la tradizione di santAmbrogio, Electa, Milano 1997.
Sui rapporti tra Ambrogio e Teodosio: H. Leppin, Teodosio il Grande, Salerno, Roma 2003.
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NOTE.
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(1) I due nomi si riferiscono evidentemente al prete Ario di Alessandria (380-336 ca.) e al
diacono Atanasio anchegli di Alessandria (295-373), pi tardi vescovo della sua citt, rispettivamente
negatore e sostenitore della consustanzialit del Padre e del Figlio allinterno della Trinit.
(2) La data si ricava dalla sua Epistola 59; meno probabile il 333-334.
(3) Cfr. Consacrazione delle vergini, in D. Sartore, A.M. Triacca (a cura di), Nuovo dizionario
di liturgia, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1988, pp. 294-314.
(4) Pi tardi, come vescovo, egli avrebbe dedicato molti studi e prediche alla verginit e alla
consacrazione femminile di vergini e vedove. Quanto a Marcellina, essa pare abbia trascorso quasi tutta
la vita a Roma, trasferendosi solo negli ultimi anni a Milano presso il fratello. Stando a una lettera
indirizzata da Ambrogio a Siagrio di Verona verso il 395-396, Marcellina avrebbe assistito il fratello
nella questione riguardante Iudicia, una vergine veronese accusata dinfanticidio (Ep. 56). Secondo gli
Acta Sanctorum, Marcellina chiuse la sua esistenza il 17 luglio 397 o 398.
(5)De Poenitentia, II, 8, ca. 390.
(6) Si sarebbe dovuto altrimenti attendere la primavera successiva: nel 375 la Pasqua cadde il 5
aprile (nel 374 era caduta il 13 del medesimo mese).
(7)Ep. fuori coll. 14, ai vercellesi.
(8)Mt., 27, 25.
(9) Nel 187 a.C., cio nel 566-567 a.U.c., il console Paolo Emilio Lepido concep e avvi dalla
citt di Ariminum, punto darrivo della via Flaminia pianificata una quarantina di anni prima, un
arditissimo, duplice piano viario del quale tuttavia queste pagine prendono in considerazione solo
litinerario nordoccidentale. Allindomani della seconda guerra punica Roma aveva esteso il suo
controllo, a nord, fino allArno, oltre il quale  a parte gli insediamenti etruschi settentrionali  si
trovava la vasta area corrispondente allarco tirrenico tra la foce del fiume toscano e la zona in cui le
Alpi marittime giungevano al mare: l erano insediati i liguri, contro i quali i romani intrapresero una
campagna di assoggettamento conclusa nel 177; a nord-est dellinsediamento ligure, quindi nellarea
del basso corso del Po, la regione era ancora dominata dai celti della cosiddetta Gallia cisalpina. Roma
puntava ormai a settentrione, mentre avviava la sua politica navale e greco-balcanica con la seconda
guerra macedonica e, successivamente, quella contro il seleucide Antioco III che dominava Siria e Asia
Minore. Nel primo decennio del II secolo erano stati definitivamente domati i galli sia boi sia insubri,
che avevano tentato una qualche resistenza appoggiati da bande di irregolari cartaginesi. Fin dallinizio
appunto della seconda guerra punica i romani avevano fondato, nel 218, la colonia di Placentia con
evidenti funzioni di presidio difensivo messo a punto in fretta e furia nel tentativo di rispondere
allinattesa audace mossa di Annibale, linvasione della penisola italica attraverso il passaggio delle
Alpi. Difatti, il primo episodio della vita cittadina della nuova colonia fu laccoglienza e il rifugio
offerti ai superstiti della battaglia della Trebbia; in seguito, essa aveva resistito validamente agli assalti
della coalizione gallo-cartaginese. Presso Piacenza, linsediamento dei galli cenomani di Cremona,
presente da circa un paio di secoli, era stato assoggettato dai romani fino dal 222, nel corso di una
decisa campagna doccupazione della Valle Padana cominciata pi o meno tre anni prima: ma in quello
stesso 218 anche Cremona si vide accordato il rango di colonia con la stessa funzione di resistenza agli
eserciti di Annibale e del fratello Asdrubale. Nel medesimo anno dellassoggettamento di Cremona, i
romani avevano occupato sia pur in modo effimero anche il centro gallo-insubre di Mediolanum, ma
nel 196 loccupazione divenne definitiva: le loro intenzioni nei confronti della pianura padana erano
ormai evidenti, e ci spiega in modo esauriente la decisione con la quale i celti cisalpini appoggiarono
di l a poco i cartaginesi. Passata la minaccia punica, i programmi di colei chera ormai la padrona
incontrastata dellintera penisola erano chiari: razionalizzare il controllo della pianura padana, giungere
alle Alpi ma andare in qualche caso anche oltre esse, guardando ad ovest verso lalleata Marsiglia e ad
est alla Carnia, allIstria, allIllirico. Nel 181 un antico centro demico fondato sul confine tra le aree
insediative dei galli carni e degli illiri istri era stato trasformato dai romani in colonia col nome di
Aquileia: sarebbe diventato il principale centro militare e commerciale dincontro fra le penisole italica
e balcanica e avrebbe acquistato fama come emporio dellambra che veniva dal nord dellancor
semisconosciuta Europa. Allindomani della terribile guerra annibalica, Roma si sentiva ormai
saldamente padrona di quasi tutta la penisola e intraprendeva il lavoro di razionalizzazione e di
controllo dellarea padana fino allarco alpino. Roma si andava imponendo anche come Mater viarum,
perch lesperienza delle guerre cartaginesi le aveva insegnato che, se per uscire dalla penisola italica
era necessario divenir potenza navale a avviare unefficace politica marittima, per gestire e coordinare
lItalia ci volevano strade rapide, dritte, magari ben lastricate, adatte a uno scorrimento celere e fornite
delle infrastrutture necessarie a sostenere i viaggiatori.  in questo contesto che il console Paolo Emilio
Lepido, esponente della nobilissima gens Aemilia, concep lardito disegno di due nuove vie: la prima,
su un tracciato volto a settentrione, avrebbe collegato Roma attraverso la Flaminia e il nodo di
Ariminum, ad Aquileia; la seconda, con un tracciato orientato verso nord-ovest, avrebbe condotto da
Ariminum alla nuova colonia di Placentia, la citt che controllava il passaggio del Po e lo sbocco verso
la porzione della Gallia cisalpina sita tra il grande fiume e le Alpi. Era in corso la campagna contro i
liguri, e la nuova strada serviva evidentemente allo scopo di piegare la loro resistenza. Intanto, come
attesta Livio, si andava costruendo a partire da Bologna una nuova via publica che valicando gli
Appennini avrebbe condotto fino ad Arezzo, dove si sarebbe collegata con la Via Cassia che dal 193
dalla citt toscana conduceva a Roma. Il percorso della Via Emilia, sino dalla fondazione,  noto e
sicuro: da Ariminum a Caesena, a Forum Livii (Forl), a Castrum Cornelii (Imola), quindi Bononia,
Mutina, Regium Lepidi, Parma Iulia Augusta, Fidentia, Placentia: i toponimi, con qualche minima
variante, sono sempre rimasti quelli. Al punto che senza dubbio possiamo, da ora in avanti, esprimerli
nel nostro idioma. La prosecuzione del tracciato fino a Milano (la Melpum etrusca, sorta cinque-sei
secoli prima del Cristo e dal IV secolo divenuta la Mediolanum dei celti insubri), una quarantina di
miglia attraverso Laus (Lodi Vecchio), devessere stata di poco successiva allimpianto della nuova
strada, che venne indifferentemente denominata Via Aemilia e Via Romana. Numerose erano le strade
che si raccordavano allEmilia. Presso Laus si congiungevano al suo tracciato sia quella proveniente da
Cremona, sia quella da Ticinum (Pavia). A Piacenza, lEmilia incontrava la Via Postumia la quale
provenendo da Aquileia, Verona e Cremona procedeva quindi verso Tortona e Genova; sempre da l si
diramava la via che valicando lAppennino scendeva sino a Luna (Luni); unaltra strada
transappenninica collegava Parma a Lucca, mentre tanto da Parma quanto da Reggio e da Modena
altrettante strade conducevano a Brixellum sulla sinistra del Po, da dove si diramavano le vie per
Verona e per Padova. Infine, tanto da Modena quanto da Verona partivano strade per Hostilia
(Ostiglia). La maggior parte di tutte queste strade sono sopravvissute fino ai giorni nostri e nella
sostanza il loro tracciato non ha subto troppe modifiche rispetto allantichit.
(10) Nato intorno al 325, Simpliciano aveva quindi quasi cinquantanni quando Ambrogio fu
consacrato; e ne avrebbe avuti 72 quando fu eletto a succedere al suo illustre allievo.
(11) De Poenitentia, II, 8, 72-73.
(12) De Officiis Ministrorum, I, 3. Una dichiarazione che, se non  artifizio retorico, appare
onesta, e che invece san Gerolamo, che non amava Ambrogio, ritorce contro di lui.
(13) Agostino, Confessioni, VI, 3, 4; ivi, IV, 3, 6. Ringrazio lamico Umberto Eco, il quale mi
ha richiamato alla necessit di ricordare limportanza di quellepisodio anche in un contesto come
quello di queste pagine, dedicate alla storia politica e sociale pi che a quella culturale.
(14) Graziano era stato associato allimpero da suo padre Valentiniano I nel 367 e cominci ad
esercitare effettivamente il potere alla di lui morte, nel novembre del 375. Egli si associ al potere,
come Augusto dOriente, Teodosio.
(15) A partire dal IX secolo, insieme con il culto di Ambrogio, si afferm nella Chiesa milanese
anche quello di Satiro e di Marcellina.
(16)De excessu fratris, passim.
(17) Cfr. A. Barbero, Barbari. Immigrati, profughi, deportati nellimpero romano, Laterza,
Roma-Bari 2006, passim, part. p. 158.
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